Nulla è come appare

Nulla è come appare….e così i miei scritti futuri saranno la guida attraverso le immagini distese, le autorevoli menzogne avranno il privilegio dell’Apparenza e i Lumi di Verità sepolti e annientati dall’odio dell’Assassino.
Decisamente contorto vero? me l’ha sussurrata quel rospo fetente che rosica nel cervello e mi consiglia di non agitarmi, tanto non sarò gratificato nello scrivere la Verità e se insisto sarò bastonato e sbeffeggiato e umiliato e per sempre escluso dal consesso degli Illuminati.
Ma io ho deciso !! Niente mi potrà far male e me ne frego e prenderò a cazzotti quel rospo maledetto e scriverò elzeviri edulcorati liberi di autocensure e il cretino che mi frulla dentro andrà all’inferno e se si volterà indietro pagherà con l’indifferenza l’avermi dedicato il suo tempo e lo farò anche se fra cent’anni la Verità che scriverò non avrà alcuna importanza.

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Le buone intenzioni…

Mi chiama sul cellulare e mi dice che ha ricevuto una lettera raccomandata. Deve presentarsi in Tribunale per essere sentito come testimone. Lì per lì chiede dei chiarimenti generici, gli rispondo che riguarda un incarico che gli avevo affidato come consulente per riferire su qualcosa che risulta scritto in un verbale. Vuole saperne di più, gli rispondo che non posso parlarne, lui insiste. Rispondo di no. Insiste ancora, continuo a dire no. dopo mezz’ora mi richiama sul cellulare, il tono è concitato, quasi implorante, ha paura, non vuole finire nei guai. Che strano, lui ha paura di finire in quei guai che ha combinato, i suoi guai causati a mio danno. Mi assale un filo di nausea, sa che l’ho impallinato, quella sua firma sul verbale è falsa, lo sa bene, dopo il mio diniego avrà controllato. Continua a parlare concitato, mi chiede di aiutarlo, provo a fargli capire che il seguito della faccenda andrà male per me a causa di quella firma. Lui lo sa e lo so anch’io, non è proprio quella giusta. Il silenzio dura un secolo, il suo sospiro penetra nelle orecchie e mi infastidisce. Sbuffa, mi chiede di fargliela vedere, provo a dire di no, mi giura che non lo dirà a nessuno. Insiste. Riprende a parlare, ora il tono di voce è accorato, piagnucoloso. Forse mi conviene assecondare, lo so che è inutile, tanto la manfrina la conosco. Concordiamo di vederci nel pomeriggio, davanti Porta Susa, lungo il tragitto mi telefona sul cellulare per la terza volta, vuole sincerarsi che non ho cambiato idea. Arrivo, entriamo nella sala d’aspetto, gli porgo un foglio, è la fotocopia delle sue firme, quella falsa è inserita insieme ad altre due. La riconosce subito, si agita sulla panca, si alza, si muove a scatti, poi si risiede, sembra preoccupato. Ora mi guarda in silenzio. Tira un sospiro, poi : si, è vero, quel mattino non mi sono presentato, avevo telefonato per dire che non potevo, dovevo andare a Genova a trovare mio figlio, era tanto che non lo vedevo, avevo solo quel giorno per averlo tutto per me. Chissà, forse è vero. Parliamo ancora, tergiversa, ora il mio tono diventa duro: ascolta – gli dico- pensaci bene, non ti converrà negare, meglio dire la verità, se non lo farai avrò guai seri, la tua verità è importante, pensaci. Già, – mi risponde – hai detto la cosa giusta, ci penserò.   
Ci ho pensato anch’io, l’etica è importante, è il nostro modo di agire più o meno consapevole. Di solito mi faccio delle idee, cerco di non essere pessimista e di applicare schemi simili a quelli che finiscono per costituire i miei pensieri sugli altri, cerco di adeguare la complessità di questi schemi al tipo di intelligenza che ho davanti. Invece…tutto sbagliato. Già, anche lui ci ha pensato bene. Non poteva andare come doveva, secondo verità, davanti il Giudice non era affatto timoroso e contrito, tante manfrine, la sfacciata ipocrisia e la più sfrenata menzogna, tutto spolpato, ribaltato, confuso, la verità artefatta, le sue telefonate erano divenute le mie, così cariche di minaccia nei suoi confronti, la sua firma uno scarabocchio come tanti, come quelli che si fanno in mezzo alla strada sul cofano di una macchina…senza pensarci, nella fretta. Tanti, troppi vuoti di memoria, parole fumose…non ricordo signor Giudice, è passato così tanto tempo, e poi io quel lavoro non lo volevo accettare, non ero proprio d’accordo sulle conclusioni…
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quel centimetro d’aria…

Lo devo confessare, provo un certo disagio nello scrivere questa lettera, i fatti accaduti di recente e la consapevolezza di aver subito un grave torto mi inducono a riferire a Lei, con la giusta cautela e il rispetto che ho nei confronti del suo ruolo, la necessità di esprimere il mio spirito critico nei confronti di quel personaggio e del suo procuratore legale, entrambi pervasi dalla volontà di divenire vincenti con l’inganno e perfettamente consapevoli dei danni che quel loro comportamento disonesto mi avrebbero creato. Speravo non accadesse, nonostante il mio intuito mi suggerisse il contrario. Purtroppo  dovetti ricredermi dopo le frasi pronunciate in occasione della mia visita presso il suo ufficio. Ora il mio disagio è diventato amarezza e sono più che mai convinto che tutto quanto è accaduto l’abbia indotta a convincersi della mia inesistente serietà morale e professionale. Non che tutto questo non me l’aspettassi, nel mio lavoro sono sempre stato bersaglio di interferenze da parte di molti e accantonato da tanti, tutti personaggi che raccoglievano le lamentele senza verificare se tali erano vere e senza ascoltare le mie ragioni, tutte accompagnate da pesanti strascichi nelle conseguenze, non di certo legate alla mia capacità professionale, solo e sempre sfavorevoli causa il mio comportamento sociale onesto e rigoroso. So perfettamente che comportarsi così in un mondo di disonesti non premia, non ho mai reagito alle provocazioni e le mie azioni ai tentativi di farmi diventare come loro si sono limitate a non capirli, a lasciar perdere e a disinteressarmene. In questo caso però, le vicende sono andate oltre, non si è trattato del solito collega pseudo-competente che chiede di essere favorito nella vittoria finale, il lavoro di denigrazione della mia figura professionale è stato pianificato con la partecipazione attiva e interessata del suo procuratore legale.

La storia è cominciata così, con una telefonata, mi chiama al cellulare, dice che mi deve parlare in privato, riguarda quella cosa. Riferisco che non posso ascoltarlo, devo rispettare il contraddittorio. Abbozza, passa un quarto d’ora e me lo ritrovo in ufficio, provo a mandarlo via. Non mi dà retta, inizia a parlare, mi racconta la vicenda di quel personaggio che vuole incastrare, non si fida di lui, crede che si sia messo d’accordo con altri, vuole andare fino in fondo e vuole a tutti i costi che la risposta sia favorevole, deve dimostrare l’esistenza del falso. Ascolto, gli dico che non afferro la ragione di tale atto, mi dice che lo devo favorire, deve risultare come se fosse un falso, sostiene che è costretto a chiederlo, ne va del suo futuro lavoro, lui lo sa, l’incarico che ha ricevuto è un ricatto, se otterrà quanto richiesto avrà gloria e onori, se fallirà, subirà spiacevoli conseguenze. Lo ascolto in silenzio, sono imbarazzato, non so cosa rispondere, provo a fargli capire che non sono la persona giusta per fare ciò che mi chiede, oltre più sono vincolato al giuramento, poi, con le buone maniere cerco di prendere tempo per convincerlo ad aspettare per capire come si evolverà la situazione. Mi dice che non può aspettare, lui sa bene che è andata così, vuole da me una certezza, e la vuole subito, prima dell’inizio della vicenda. Gli rispondo che non sono in grado di accettare queste sue imposizioni, si altera, mi dice che è profondamente offeso, per lui il mio diniego è come un’ingiuria personale, mi minaccia, dice che mi farà pentire di non averlo ascoltato. Così avviene, nel seguito, la vicenda diventa per me come un campo di battaglia, la rappresaglia annunciata si manifesta su ogni elemento reale, le conclusioni sono aspramente contestate. Non soddisfatti di quanto approntato, i due mettono in atto contro di me un dibattito verbale per annullare le operazioni intraprese allo scopo di illustrare con dati tecnici la verità, poi, non ancora soddisfatti, ottengono la convocazione a chiarimenti per aver modo di proseguire nel dileggio e nella provocazione, solo per confondere le idee alle persone e convincerli che quanto da me eseguito, nella piena verità e onestà intellettuale, era del tutto falso e quindi censurabile, sia dal punto di vista tecnico, sia e soprattutto dal punto di vista morale e professionale.

Così è accaduto. Nulla di nuovo per me sotto il sole, nella mia vita professionale gli avvenimenti narrati  si sono praticamente ripetuti con quasi tutti i colleghi, nessuno di loro mi ha mai perdonato di essere libero di decidere secondo coscienza e comportarmi con rettitudine morale e onestà. Me lo sono chiesto spesso, parlo per me e ora mi rivolgo a me stesso, sto riflettendo su cosa sarei potuto diventare se avessi dato retta a quei colleghi disonesti, probabilmente oggi sarei ricco, con tanti amici fraterni e disponibili, sarei amato dai miei colleghi e ora non perderei il lavoro professionale che lei, dopo quanto accaduto, probabilmente non mi darà più. Mi creda, lo so bene, conosco la vita e so che è fatta di azioni e reazioni, non ho mai rifiutato questo principio, non mi sento superiore a nessuno e so che non ci si può sottrarre all’iterazione, allo scambio di favori, alla convenienza sociale senza pagarne le conseguenze. Nonostante tutto, questa è la mia condizione esistenziale, alla cui costruzione sono corresponsabile. I cosiddetti disonesti per bene svendono la loro onestà molto facilmente, in realtà è l’unica cosa che mi è rimasta e nel mio piccolo spazio all’interno di quel centimetro io sono libero.

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di più ottenne il rancore…

Disonesti comunque…

Un qualche tempo fa mi imbattei in una brutta Storia, una di quelle che raccontano i fatti degli altri e che sotto molti aspetti potevano sembrare anche fatti miei. La vicenda ebbe inizio diciotto anni fa, col passare del tempo l’autore l’incrementò, la rese una vicenda sporca, la disseminò di maldicenze e falsità, così permeata di rancore tesa a  rovinare la vita professionale di una persona, la vittima. Le menzogne dell’autore l’avevano descritta come una persona incompetente e disonesta, così la vittima scrisse quella dannata Storia con l’intento di divulgarla a mezzo mondo e lanciarla in quell’acquitrino e all’interno di quel Sistema frequentato da quel personaggio e da tanti altri come lui. Nell’andare del tempo, quella Storia non produsse alcun effetto, scivolò lentamente sulle coscienze dei benpensanti, senza un brivido. Dopo quel tempo fu ratificato un verdetto fondato sulle menzogne narrate dal suo autore e accentuate dall’acquiescenza di chi avrebbe dovuto decretare alla Verità. Così, dentro quella Storia la vittima fu umiliata e la sua vicenda finì in un profondo rosso. Dopo quel tempo, tutto venne nascosto, dimenticato. Passarono altri due anni e la vittima riprese faticosamente il suo lavoro professionale all’interno del Sistema. Passò altro tempo, il lavoro era scarso, nei rapporti professionali la discriminante nei suoi confronti si ampliava. Cercò di esporre la sua Verità, presentò lettere, progetti, aggiornamenti tecnici e metodi di lavoro innovativi. I progetti di lavoro e i buoni propositi ottennero solo vaghi assensi di circostanza e una velata indifferenza. Di fatto, si rese conto di essere stato accantonato. Cercò allora di scomporre i problemi che avevano alimentato la parte tossica della Storia e fra le intrighi delle voci che si spargevano nell’acquitrino e nei fumosi meandri di un processo umiliante, finalmente, ebbe la conferma. Ora la Verità si era manifestata. Non era più accerchiato, era uscito dall’angolo, l’autore e i suoi complici erano stati smascherati, le loro falsità scoperte e mentre tutto stava ancora accadendo i loro inganni narravano la sua Verità.

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Cosa pensi di fare se vieni coinvolto in un incidente stradale?

Scendi piano dalla macchina, non agitarti, non spostare nulla, lo sai di aver ragione, spera che l’altro si accorga del suo errore e lo ammetta, ma non ci sperare troppo però, non è implicito, e allora dai, non ti distrarre, fai foto col cellulare, riprendi tutto, le macchine, le persone attorno, il panorama, le tracce per terra. Se noti che l’altro si agita, chiama l’assicuratore, l’avvocato, la polizia, i vigili urbani, se hai un dolorino al collo chiama l’ambulanza, i pompieri e già che ci sei, chiama pure i paracadutisti e la protezione civile….Un tantino esagerato, vero? No, guarda, avere un incidente è una grana molto seria! Se hai ragione, l’altro ha torto e lo ammette, beh, allora hai quasi la vittoria in tasca. Ti invidio sai e sarebbe stupido negarlo, non mi fa onore ma ti invidio. E allora inizia il percorso della tua vittoria e compila i modulo blu nelle caselle dove le sai riempire. Se ci sono testimoni a tuo favore falli firmare e se nel frattempo sono arrivati a missile due o tre carri attrezzi non farti agganciare l’auto, hai il tuo carrozziere di fiducia, no? E allora chiamalo, lui sa cosa fare. Se invece non ce l’hai, parla con la tua assicurazione, ti prende la macchina in consegna, te la fa riparare in una carrozzeria convenzionata, la ritiri riparata e non hai problemi di alcun genere. Bene! Fin qui è tutto ok? Incrocia le dita e prega che nel frattempo l’altro non ti abbia confezionato un bel testimone fasullo. Se succede…allora sì che son dolori, ti troverai nel guano e non ne uscirai indenne. Non farti prendere dall’angoscia, vai con un respiro lungo e seguimi nel ragionamento. Tanto per cominciare, il tuo carrozziere ti dirà che la cessione di credito non si gestisce più e la farà solo se si mettono d’accordo le assicurazioni. Ma non lo faranno. Poi c’è il problema del concorso di colpa, anche se il teste dell’altro doveva firmare sul posto nella denuncia, dirà, che era lì ma che tu eri distratto, andavi di fretta, bastava contattarlo poi al cellulare, avrebbe firmato dopo. E c’è l’assicurazione, che ovviamente gongolerà dalla gioia, le farà comodo pagare il danno la metà e quei soldi se li riprenderà col malus negli anni a venire. A questo punto sei già belle che sistemato. Hai ripreso fiato? Sei incavolato come una iena, minacci azioni legali. Ecco…hai dato corpo alla rappresaglia, il liquidatore ti manderà un perito carogna e il valore del danno alla tua auto sarà la metà di quello che dovrai pagare al carrozziere, e se contesti, manderà un investigatore privato a periziare l’altra auto e vedrai, salterà fuori che aveva pochi danni e le altezze dei punti d’urto non collimano. Ti tratteranno come un disonesto e scriveranno che secondo gli accertamenti non possono formulare alcuna offerta. A questo punto entrerai in depressione acuta e dovrai fare causa alla tua assicurazione.

Ora, prima di entrare in guerra, non credi sia utile predisporre un attacco preventivo?

Secondo te, esiste questa soluzione?

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